Pensione quota 41 al centro della campagna elettorale

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22/08/2022

Pensione quota 41 al centro della campagna elettorale

Pensione quota 41, il meccanismo di flessibilità previdenziale è al centro della campagna elettorale. L’opzione di prepensionamento è fortemente richiesta dalla Lega, ma anche da Si-Verdi e dai sindacati. Si tratta di un tema caldo per i cosiddetti lavoratori precoci, ovvero per coloro che hanno iniziato a lavorare in giovane età e che hanno accumulato oltre quattro decenni di versamenti sulle proprie spalle.

Questi soggetti restano purtroppo tagliati fuori dalle tutele previdenziali fino alla maturazione dei criteri di quiescenza definiti con la legge Fornero. Quest’ultima possiede infatti requisiti stringenti, che prevedono la maturazione dei 67 anni di età per l’accesso alla pensione di vecchiaia. O comunque la prosecuzione del lavoro dopo la maturazione di quattro decenni di versamenti.

Per cercare di ovviare alla situazione, è stata proposta la quota 41. Ma l’opzione è disponibile solo in alcuni casi e per lavoratori che vivono situazioni di oggettivo disagio in età avanzata.

Pensione quota 41: il proposito di superare la legge Fornero e le promesse fatte con la quota 100

In questo contesto, bisogna innanzitutto sottolineare che quella della quota 41 è una promessa reiterata ormai da numerosi anni. La legge Fornero risale infatti al 2011. Già durante la discussione della prima quota 100 si spiegava che la naturale prosecuzione dell’opzione sarebbe dovuta essere la quota 41 per tutti.


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Come già detto, il provvedimento è diventato realtà solo per pochi lavoratori. La platea dell’opzione attualmente prevede il versamento di un anno di contributi prima del compimento del 19mo anno di età. Allo stesso tempo, è necessario rientrare all’interno di uno dei casi previsti dal legislatore. Ovvero disoccupati di lungo termine, invalidi, caregiver e lavoratori che hanno svolto le attività gravose e usuranti previste dalla legge.

La pensione quota 41 e il problema delle coperture

Al di là degli annunci che si sono susseguiti nel corso degli anni, la quota 41 per tutti i lavoratori non è mai diventata realtà all’interno del nostro ordinamento. Ora la nuova tornata elettorale la riporta in auge. Ma i problemi che ne hanno resa difficile l’attuazione restano gli stessi.

Il principale scoglio da superare resta quello dei costi. I risparmi previsti dalla legge Fornero sono ormai dati per assodato all’interno del bilancio pubblico. E le stime per i costi aggiuntivi al fine di rendere operativa la quota 41 rappresentano una barriera difficile da superare.

Per il presidente dell’Inps Pasquale Tridico risulta necessario reperire almeno 6 miliardi di euro l’anno. L’esperto previdenziale della Lega Claudio Durigon stima invece la cifra annua necessaria in 5 miliardi di euro. Mentre per la Cgil ne servirebbero appena 1,3 miliardi, visto e considerato che solo 4 lavoratori su 10 ne usufruirebbero.

La pensione quota 41 per i precoci ben vista anche dalla sinistra

Che la pensione quota 41 per i lavoratori precoci rappresenti un’idea guardata con interesse in senso trasversale non lo confermano solo le stime dei sindacati. Anche Sinistra Italiana e Verdi risultano favorevoli all’opzione, proponendo l’uscita dal lavoro una volta maturati 41 anni di versamenti.

Il programma elettorale prevede inoltre di “riconoscere i periodi di disoccupazione volontaria, il lavoro di cura non retribuito e la maternità” nel computo della storia contributiva.

Pensione anticipata per i precoci: gli adeguamenti e le stime per i prossimi anni

Sullo sfondo resta poi un’altra questione che appare determinante per regolare le uscite anticipate dal lavoro. Se è vero infatti che i lavoratori già oggi faticano a maturare i requisiti utili per accedere alla pensione, nei prossimi anni gli adeguamenti potrebbero rendere la situazione ancora più complicata. Le ultime stime sull’aspettativa di vita e gli scenari demografici non fanno ben sperare in tal senso.


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La pensione anticipata del sistema misto vedrà infatti crescere costantemente i criteri di accesso all’Inps. Arrivando a superare i 43 anni di versamenti nel 2030 e i 44 anni nel 2040. Mentre nel 2050 sarà necessario aver effettuato oltre 45 anni di contribuzione per accedere all’ente pubblico di previdenza senza attendere l’età della pensione di vecchiaia.

Stime che rischiano di proiettare in futuro la carriera lavorativa verso i 50 anni di contribuzione. Di fatto, spostando sempre più in là l’età effettiva di uscita dal lavoro. E che rischiano di condizionare fortemente le reali possibilità di ottenere un assegno da parte dell’Inps.