Pensioni 2023, lo studio Inps: anticipo soft dai 63 o 64 anni

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12/07/2022

Pensioni 2023, lo studio Inps: anticipo soft dai 63 o 64 anni

Pensioni 2023, torna al centro del dibattito pubblico il tema della riforma. Entro la fine dell’anno il governo dovrà attuare un intervento correttivo per evitare il ritorno alla legge Fornero. La sperimentazione della quota 102 è infatti in scadenza al prossimo 31 dicembre 2022. Senza una nuova opzione di flessibilità, molti lavoratori potrebbero quindi trovarsi di fronte a un nuovo scalone.

La ripresa della discussione coinciderà con il mese di settembre. Cioè quando si tornerà a lavorare sulla bozza della nuova legge di bilancio. Nel frattempo, la discussione tra governo e sindacati continua a restare in situazione di stallo. Restano invece all’opera i tecnici dell’Inps. Nella giornata di ieri l’ente previdenziale ha fornito infatti dati importanti nella propria relazione alla Camera dei Deputati.

Durante l’intervento, si è fatto riferimento a numerose questioni, tra le quali anche le alternative presenti sul tavolo al fine di avviare la riforma previdenziale. E contestualmente si sono fornite stime che saranno fondamentali per arrivare alla quadratura del cerchio per la ricerca di maggiore flessibilità.

Pensioni 2023, le basi della riforma e i dati forniti dall’Inps

Il punto di partenza per la riforma del sistema pensionistico resta la legge Fornero. La riforma delle pensioni 2023 deve necessariamente tenere conto dell’uscita di vecchiaia, prevista per tutti i lavoratori a partire dai 67 anni di età con almeno 20 anni di contributi. L’attuale ordinamento prevede anche l’uscita anticipata a partire dai 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne).


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Il recente rapporto Inps ha anche evidenziato un problema di sostenibilità dell’assegno. Infatti, in base alle evidenze raccolte nel corso del 2021, il 32% dei pensionati riceve un assegno inferiore a 1000 euro al mese. Si tratta di oltre 5 milioni di persone. Il dato, come vedremo, è importante perché la nuova flessibilità previdenziale potrebbe essere legata al raggiungimento di un importo minimo.

Il tutto, al fine di garantire comunque una vecchiaia dignitosa dal punto di vista della sostenibilità economica. Anche considerando che per molti lavoratori la pensione rappresenterà l’unica entrata, una volta ottenuta la quiescenza.

La prima alternativa per l’uscita dal lavoro: pensioni 2023 con ricalcolo contributivo

Delle tre alternative di flessibilità previdenziale analizzate dall’Inps per superare la quota 102, la prima riguarda la pensione contributiva pura. Si tratta di un’opzione che prevede l’uscita anticipata dai 63 – 64 anni con penalizzazione. Il ricalcolo integrale dell’assegno con il sistema contributivo puro è però inviso ai sindacati, visto che potrebbe comportare una perdita permanente onerosa per il pensionato.

L’uscita sarebbe garantita a partire dai 64 anni di età e con almeno 35 anni di versamenti. Il lavoratore deve però aver maturato un assegno uguale o superiore a 2,2 volte la pensione sociale. Secondo l’Inps, le coperture richieste sono di 900 milioni di euro nel primo anno, di 2 miliardi nel 2024 e di 3,7 miliardi fino al 2029.

La pensione anticipata con penalizzazione del 3% per ogni anno di anticipo

Una seconda opzione risulta maggiormente onerosa, ma più equilibrata dal punto di vista della penalizzazione. In questo caso, l’uscita verrebbe garantita dai 64 anni con almeno 35 anni di versamenti. Non verrebbe però applicato il ricalcolo interamente contributivo, ma una penalizzazione del 3% per ogni anno di anticipo.

Di fatto, la penalizzazione massima si fermerebbe al 9%, contando che la pensione di vecchiaia matura a partire dai 67 anni. Ben diverso sarebbe però l’impatto sui costi. Nel 2023 sono necessarie coperture per un miliardo di euro, che salgono a 2,3 miliardi nel 2024 e raggiungono i 5 miliardi di euro nel 2029.


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Pensioni 2023 a due tappe: la formula proposta da Tridico

Nell’analisi dell’Inps c’è infine la cosiddetta proposta Tridico. Il presidente dell’ente suggerisce di avviare la flessibilità previdenziale con una doppia uscita. La prima a 63 anni con la parte contributiva dell’assegno. I criteri da seguire risultano più agevoli: 20 anni di contribuzione e un assegno uguale o superiore ad 1,2 volte la pensione minima. La parte retributiva dell’assegno verrebbe poi garantita una volta maturata l’età per l’uscita di vecchiaia.

Più che di una vera e propria pensione anticipata, si tratterebbe quindi di una forma di accompagnamento alla pensione. Il lavoratore dovrebbe infatti sostenere per qualche anno il proprio stile di vita con una parte ridotta della pensione, in attesa di maturare quella completa.

In questo caso, i costi prevedono una spesa di circa 500 milioni di euro nel primo anno, per salire ad 1,5 miliardi di euro nel 2024 e a 2,5 miliardi entro il 2029. L’ipotesi rappresenta quindi quella più favorevole per la sostenibilità delle casse previdenziali.

Gli altri interventi in favore dei lavoratori che vivono situazioni di disagio

Sullo sfondo resta poi la necessità di garantire la tenuta sociale attraverso il rinnovo di interventi votati a proteggere chi vive situazioni di difficoltà in età avanzata. Vi sono infatti diverse opzioni di tutela in scadenza al termine del 2022 che necessitano di un rifinanziamento. Si pensi ad esempio all’Ape sociale, pensata per i disoccupati, gli invalidi, i caregiver e coloro che hanno svolto attività gravose o usuranti.

Nella relazione dell’Inps ai parlamentari si è parlato proprio della necessità di ampliare le fasce di soggetti bisognosi di tutela. Con esplicito riferimento al reddito ponte fornito dall’Ape, oppure ai lavoratori precoci ed a coloro che svolgono attività usuranti in prossimità della pensione.