Pensioni anticipate 2023: niente più quote da gennaio

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01/08/2022

Pensioni anticipate 2023: niente più quote da gennaio

Niente più quote per le pensioni anticipate 2023. È quanto emerge dalle proposte avanzate dai diversi partiti che si stanno scontrando per la battaglia elettorale. Nel nuvolo d’ipotesi e progetti un fatto emerge in modo chiaro. La quota 100 e la quota 102 non sembrano destare l’interesse dei partiti, tanto che non vi sono ipotesi di proroga nei programmi rivolti ai cittadini.

È chiaro che qualcosa andrà comunque fatto, indipendentemente da chi sarà eletto. La quota 102 permette infatti di ottenere uno sconto dei requisiti previsti dalla legge Fornero, ma solo fino al prossimo 31 dicembre 2022. I quotisti possono beneficiare di un taglio di tre anni rispetto all’età di quiescenza dell’uscita di vecchiaia. Fissata a 67 anni di età. Purché abbiano maturato almeno 38 anni di versamenti.

Senza questo sconto, si ritorna direttamente alle regole previste nel 2011. E l’alternativa per poter bypassare lo scoglio sarà la pensione anticipata ordinaria. La quale prevede almeno 42 anni e 10 mesi di versamenti, con un anno di sconto per le donne.

Pensioni anticipate 2023: il nuovo governo e la sfida di trovare la quadratura del cerchio

Il nuovo governo dovrà quindi trovare la quadratura del cerchio. Superando il sistema delle quote, che viene considerato in via unanime troppo costoso. Secondo l’Inps, la cristallizzazione della quota 100 costerà 23 miliardi di euro fino al 2025. Si tratta della possibilità di andare in pensione anticipata nei prossimi anni per chi ha maturato i requisiti nel 2022 ed ha scelto di restare comunque sul lavoro.


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Con la legge di bilancio 2023 il prossimo esecutivo dovrà comunque garantire un’alternativa in favore dei lavoratori che vivono situazioni di disagio. E sullo sfondo resta la scadenza di altre opzioni di flessibilità. Come l’Ape sociale, che consente il pensionamento a partire da 63 anni e con almeno 30 o 36 anni di versamenti.

Oppure l’opzione donna, che permette l’uscita dal lavoro a partire da 58 anni di età (59 per le autonome) e 35 anni di versamenti. Accettando importanti penalizzazioni sull’importo della pensione per via del ricalcolo interamente contributivo.

Riforma delle pensioni 2023: i partiti procedono in ordine sparso

Purtroppo lo scenario che si sta delineando appare piuttosto confuso. I diversi partiti non sembrano avere un accordo unanime su quali interventi portare avanti. Pur riconoscendo la necessità e l’urgenza di agire sul comparto. Dal Partito Democratico si ipotizza la conferma dell’Ape sociale e dell’opzione donna. Rivedendo al contempo questi strumenti per renderli ancora più inclusivi.

L’idea è di estendere la platea dei lavoratori che vivono situazioni di difficoltà in età avanzata, ampliando anche il riconoscimento dei lavori più gravosi. Per i giovani emerge poi l’esigenza di avviare la pensione di garanzia, di cui si è parlato per molto tempo senza concretizzare nessuna proposta. In questo caso, si presuppone di coprire perlomeno i buchi contributivi dettati dalle carriere discontinue. Offrendo anche un innalzamento alla minima, tutela che non è attualmente prevista per chi è inserito nel sistema contributivo puro.

Pensioni anticipate 2023: la doppia uscita dal lavoro a partire dai 63 o 64 anni di età

Dal Movimento 5 Stelle arriva invece l’ipotesi Tridico, che prevede una doppia uscita a partire dai 63 o 64 anni. Nella prima fase il lavoratore percepirebbe solo la parte contributiva dell’assegno. Ovvero quella relativa ai versamenti effettuati a partire dal 1° gennaio 1997. Mentre la pensione completa verrebbe erogata a partire dai 63 o 64 anni. Allo stesso tempo, si confermerebbero l’Ape sociale e l’opzione donna anche per i prossimi anni, nella loro forma attuale.


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Le proposte di riforma previdenziale in arrivo dal centro destra

Dal centro destra Forza Italia propone un assegno minimo di 1000 euro per tutti i pensionati. Con l’aggiunta di una pensione dedicata alle mamme, per riconoscere così il lavoro di cura svolto in famiglia. Una proposta che richiederebbe 8 miliardi di euro di spesa. Sulla legge Fornero però non vi sono interventi correttivi. La Lega propone invece di azzerare la riforma del 2011, ad esempio approvando la quota 41 per tutti i lavoratori.

Anche FdI sembra accogliere favorevolmente l’idea di avviare la quota 41 per tutti i lavoratori precoci. Associando degli interventi di welfare previdenziale, ad esempio detassando le pensioni degli anziani che si occupano di sostenere figli e nipoti. Il tutto agendo sulle pensioni d’oro, al fine di recuperare le risorse necessarie a riequilibrare il sistema pensionistico.