Pensioni anticipate nel 2023: tra aperture e possibili penalizzazioni

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20/07/2022

Pensioni anticipate nel 2023: tra aperture e possibili penalizzazioni

Pensioni anticipate, nel 2023 potrà esserci spazio per garantire una prosecuzione della flessibilità previdenziale. Ma il costo sarà comunque elevato per molti lavoratori. La riforma delle pensioni può essere infatti sostenibile, a patto di non intaccare in modo eccessivo i conti pubblici. È quanto emerge dalle recente relazione dell’Inps, alla quale necessariamente farà riferimento la politica.

Quale che sia il governo che dovrà affrontare la tematica, visto e considerato quanto sta avvenendo ora sulla scena politica, resterà difficilmente superabile il nodo dei costi. L’attuale esecutivo Draghi ha già chiarito che il ricalcolo contributivo e l’impostazione della legge Fornero non potranno essere stravolti.

Pensioni anticipate nel 2023, verso nuova misura dai 63 o 64 anni

Di fatto, questo presupposto limita fortemente le possibilità di intervento. Delineando uno scenario nel quale si confermano alcune delle misure di sostegno per i lavoratori che vivono situazioni di disagio in età avanzata, come l’Ape sociale e l’opzione donna. Così come l’attuale quota 41, che in realtà non necessita di conferma ma può essere utilizzata solo da una piccola parte della platea dei lavoratori precoci.

La vera partita si gioca sulla fine della quota 102. Una misura che doveva rappresentare un ponte verso una riforma di ampio respiro. E che invece rischia di scadere al prossimo 31 dicembre 2022 venendo sostituita da un’opzione peggiorativa. D’altra parte, il sistema delle quote, per come è stato pensato sin dalla quota 100, non sembra aver trovato particolare apprezzamento tra i lavoratori.


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E allo stesso tempo, secondo le ultime rilevazioni statistiche, non ha portato nemmeno al riavvio del turn over tra giovani e anziani. Quest’ultimo rappresentava uno dei punti chiave che il governo giallo verde aveva portato a favore del provvedimento, durante il periodo che ha preceduto il varo dell’opzione.

Le uscite flessibili nel 2023 potrebbero prevedere delle penalizzazioni per i lavoratori

Tenendo presente il quadro della situazione, è la stessa Inps ad ammettere che per contenere i costi delle nuove misure di accesso flessibile alla pensione sarà necessario prevedere vincoli e penalizzazioni. Il passaggio appare infatti imprescindibile per contenere i costi a pochi miliardi di euro. Cioè per rendere sostenibile dal punto di vista del bilancio previdenziale la nuova flessibilità in uscita.

Il riferimento va a un’opzione che già esiste per coloro che hanno iniziato a versare contributi a partire dal 1° gennaio 1996. Stiamo parlando dei lavoratori inseriti all’interno del sistema contributivo puro. Questi contribuenti possono ottenere il prepensionamento a partire dai 64 anni di età e con soli 20 anni di versamenti. Purché l’importo dell’assegno risulti uguale o superiore a 2,8 volte la pensione di base.

L’Inps suggerisce di utilizzare una modalità di prepensionamento simile anche per chi è inserito nel sistema misto. Con il vincolo di 35 anni di versamenti. E facendo scendere il parametro a 2,2 volte la minima, in modo da facilitare l’accesso alla misura. Il costo sarebbe certamente affrontabile per le casse pubbliche. Ma i lavoratori dovrebbero fare fronte al ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Con la prospettiva di decurtazioni anche importanti (e definitive) sul valore della futura pensione.

Pensioni anticipate nel 2023, le altre opzioni allo studio dei tecnici

La seconda opzione analizzata dall’Inps prevede sempre l’uscita dal lavoro a partire dai 64 anni, con almeno 35 anni di versamenti. In questo caso, verrebbe applicata una penalizzazione del 3% sulla parte retributiva per ogni anno mancante all’età di uscita ordinaria. Fissata tramite la pensione di vecchiaia a 67 anni. Il taglio massimo corrisponderebbe al 9%. Ma i costi per il bilancio pubblico lieviterebbero fino a raggiungere i 5 miliardi di euro l’anno.


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Infine, un’ultima proposta riguarda l’uscita a due vie proposta dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Questa prevede il pensionamento con la sola quota contributiva dell’assegno a partire dai 63 anni e con almeno 20 anni di versamenti. A patto di avere un emolumento uguale o superiore ad 1,2 volte l’assegno sociale. A partire dai 67 anni verrebbe poi erogata la pensione piena, senza intaccare le regole di base previste dal sistema retributivo puro.