Riforma pensioni 2023 a rischio: no dell’Ue a quota 102

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25/05/2022

Riforma pensioni 2023 a rischio: no dell’Ue a quota 102

Il capitolo della riforma pensioni 2023 continua a essere in stallo, mentre la politica ha difficoltà a trovare una quadra. Il governo ha sospeso il confronto con i sindacati lo scorso febbraio, quando c’è stato l’ultimo tavolo di discussione sulla previdenza. Quella che doveva essere un profondo ripensamento del sistema, va verso la direzione di una mini riforma. E anche quest’ultima, viste le difficili condizioni del bilancio pubblico, sembra arrancare.

Così, ancora una volta un intervento di ampio respiro sul sistema previdenziale potrebbe slittare alla prossima legislatura. Tutto ciò, con la spada di Damocle della legge Fornero che potrebbe dispiegare interamente i propri effetti. E con la conseguenza di un vero e proprio scalone per coloro che non riusciranno a maturare in tempo utile i requisiti della quota 102.

Riforma pensioni 2023: difficile trovare la quadra nella discussione politica

Se c’è distanza tra governo e sindacati, bisogna sottolineare che all’interno delle stesse forze politiche sia presente un certo disallineamento. Nella maggioranza, il fronte della riforma previdenziale è spinto dalla Lega, che chiede la quota 41 per tutti. Si tratta della possibilità destinata ai lavoratori precoci di garantire la pensione dopo aver effettuato quarantuno anni di contribuzione.


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I tecnici del governo stanno anche valutano l’idea avanzata dal presidente Inps Pasquale Tridico, sulla possibilità di avviare una pensione in due tempi. La quale prevede di erogare la parte contributiva dell’assegno dai 62 – 64 anni di età, con 20 anni di versamenti. Per poi garantire la pensione completa al raggiungimento dei requisiti ordinari, ovvero 67 anni di età.

Una misura che però non sembra piacere ai sindacati, i quali chiedono un intervento che possa risultare davvero generalizzato. E che non implichi eccessive penalizzazioni sul valore del futuro assegno erogato dall’Inps.

Sulla riforma delle pensioni pende anche il monito dell’UE: bocciate quota 100 e 102

Rispetto al quadro della situazione appena riportato pende anche il parere negativo espresso dalla Commissione europea in merito al sistema previdenziale pubblico. Per i tecnici internazionali, la spesa previdenziale italiana aumenterà nei prossimi anni per via della demografia. Nel breve periodo, le deroghe alla legge Fornero hanno prodotto molte uscite anticipate, che hanno pesato sui conti pubblici.

Da qui arriva la bocciatura della quota 100 e della quota 102. Due meccanismi che permettevano di ottenere l’uscita dal lavoro a partire dai 64 anni e senza penalizzazioni. Ma nel country report sull’Italia si evidenziano anche altri meccanismi di flessibilità, con un riferimento a misure come l’opzione donna e l’ape sociale. Insomma, le misure che in questi ultimi tempi hanno permesso di ottenere uno sconto sui requisiti ordinari decisi nel 2011 dal governo Monti.


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Gli altri problemi irrisolti del settore previdenziale: dai giovani alle donne, fino ai fondi pensione

D’altra parte, la necessità di un profondo ripensamento del sistema pensionistico è urgente. Non solo per garantire la tenuta del sistema nel suo complesso, ma anche per consentire che il sistema resti sostenibile dal punto di vista dei lavoratori. I quali spesso si trovano incastrati in situazioni di disagio dalle quali non è possibile uscire. È il caso delle donne, che chiedono da anni una vera valorizzazione del lavoro di cura, così da bilanciare il gender gap già presente nel mondo del lavoro.

Ma in una situazione complessa si trova anche il settore della previdenza integrativa. Un pilastro che fatica a decollare soprattutto per coloro che ne avrebbero maggiore bisogno, ovvero i giovani. Per quest’ultimi i sindacati chiedono da anni l’istituzione di una pensione di garanzia, visto che il sistema contributivo puro rischia di offrire pensioni da fame.

Le ultime dichiarazioni del presidente Inps sulla riforma delle pensioni

Sullo sfondo restano emblematiche le ultime dichiarazioni del presidente Inps Pasquale Tridico. Il quale ritiene che la flessibilità previdenziale e la riforma del sistema pensionistico dovranno attendere ancora una volta la prossima legislatura. “Non mi sembra che questo capitolo sia in procinto di essere chiuso”, ha dichiarato recentemente durante un convegno organizzato dall’Università la Sapienza.

La prova definitiva su quali siano le intenzioni del governo emergerà a settembre, quando dovrà essere stesa la bozza della legge di bilancio 2023. In quel contesto, sarà possibile capire quali interventi si concretizzeranno nella manovra. La speranza è che vi sia perlomeno un rinnovo di un anno per le principali opzioni sperimentali di flessibilità. Come la quota 102, l’Ape sociale e l’opzione.

Se questo quadro dovesse essere confermato, perlomeno si eviteranno nuovi scaloni dettati dal ripristino immediato della legge Fornero. Ma così facendo, eventuali discussioni su una riforma davvero definitiva del sistema previdenziale slitterà ancora una volta all’anno successivo.

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