Quotazioni del petrolio crollano sotto 60 dollari: -30% da ottobre, ecco cosa cambia

Altra seduta nera per il petrolio, le cui quotazioni nel tardo pomeriggio di oggi sono arrivate a crollare fin sotto i 60 dollari al barile per il Brent, perdendo il 4,6%. Il greggio americano, il cosiddetto Wti, ha registrato un tonfo persino peggiore, nell’ordine del 5% e a poco più di 51 dollari. Rispetto agli […]

Altra seduta nera per il petrolio, le cui quotazioni nel tardo pomeriggio di oggi sono arrivate a crollare fin sotto i 60 dollari al barile per il Brent, perdendo il 4,6%. Il greggio americano, il cosiddetto Wti, ha registrato un tonfo persino peggiore, nell’ordine del 5% e a poco più di 51 dollari. Rispetto agli 86 e 76 dollari del 3 ottobre scorso, livello massimo toccato in chiusura di seduta da 4 anni, il crollo ammonta al 30%. E dire che l’OPEC ha segnalato la volontà di sostenere le quotazioni con un secondo taglio dell’offerta in appena un biennio, stavolta compreso tra 1 e 1,4 milioni di barili al giorno, di cui la metà a carico dell’Arabia Saudita sin dal mese prossimo. Niente da fare, il mercato non crede più che bastino escamotage da cartello per riequilibrare domanda e offerta globali.

Per le economie importatrici, un’ottima notizia. Pagare il greggio quasi un terzo in meno in appena 7 settimane appare un sogno, anche perché il cambio euro-dollaro nel frattempo si è sì indebolito, ma di appena un punto percentuale, passando da 1,1540 a poco meno di 1,14. In sostanza, anche se il dollaro è diventato un po’ più forte dagli inizi di ottobre, il crollo delle quotazioni è stato così ampio, da renderlo impercettibile. Questo significa solo una cosa: se il trend tiene, avremmo riduzioni consistenti per il prezzo della benzina alla pompa e una tendenza calante dell’inflazione, che significa una minore perdita del potere di acquisto.

L’aspetto più interessante sta nelle implicazioni che queste conseguenze si portano dietro. Se fino a poche settimane fa sembrava scontato che la BCE cessasse gli stimoli monetari alla fine di quest’anno e che alzasse i tassi sin dall’estate prossima, adesso è lo stesso governatore Mario Draghi a frenare, perché tra rallentamento dell’economia e crollo del petrolio, per l’Eurozona le prospettive sono mutate radicalmente. Si vocifera già che alle banche dell’area verrà messa a disposizione liquidità fresca a dicembre con nuove aste Tltro, mentre è probabile che anche sul “quantitative easing” si preveda una qualche proroga, così come il primo rialzo dei tassi dal 2011 verrebbe rinviato. Se così fosse, dalle prossime settimane assisteremmo a un ripiegamento dei rendimenti obbligazionari e a una risalita delle quotazioni azionarie, grazie al denaro a basso costo atteso tale per un periodo più lungo. Per l’economia europea, una boccata d’aria, perché tassi bassi e petrolio meno caro equivarrebbero a una manovra espansiva per consumi e investimenti.

 


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