Dimagrire con un casco, la clamorosa scoperta della scienza

E’ possibile combattere l’obesità con un casco? Secondo alcuni studi condotti da diversi studiosi è possibile, e sono molte le cause alla base di esso.

La scienza anche ha contribuito a far dimagrire le persone presentando delle pillole in grado di eliminare dei chili assunti in poco tempo. Ma non si è limitata solo a questo. E’ andata avanti ed ha sperimentato altri modi per combattere l’obesità. Come? Non a caso vi diciamo che uno dei degli ultimi metodi realizzati è quello tramite l’utilizzo della stimolazione magnetica transcranica, ovvero un trattamento non-farmacologico che entra in contatto con l’attività elettrica cerebrale con la quale riesce a potenziare la risposta di aree malfunzionanti o inibendo l’attività di aree ipersensibili. Tale metodo è famoso a livello mondiale perché combatte anche alcune malattie psichiatriche come la depressione maggiore e contro le malattie neurologiche come il Parkinson o l’Alzheimer.

Un casco contro l’obesità

Ma arriviamo alla sua applicazione sui pazienti obesi. Grazie ad gruppo Italiano è stato fatto uno studio che dimostra l’efficacia di questa tecnica di neurostimolazione capace di ridurre dell’7-8% la massa corporea in pazienti obesi. In pratica, sono bastate 3 sedute settimanali per poco più di un mese per vedere dei risultati molto significativi.

In pratica è successo questo: i ricercatori hanno provato a stimolare l’attività di corteccia prefrontale e insula, presenti nel sistema emotivo, così da far recuperare ai pazienti obesi un equilibrio neurofisiologico, ormai perso durante gli anni di malattia.

Le neuroscienze descrivono il meccanismo che è alla base delle compulsioni comportamentali, il quale presenta la perdita di regolazione elettrofisiologica, quindi ridotta attività metabolica, funzionamento o connettività, che manca tra il sistema del reward (nucleus accumbens, area ventrale tegmentale) e le strutture prefrontali (corteccia orbitofrontale e cingolo anteriore).

Sono intervenuti anche dei ricercatori Olandesi i quali hanno dimostrato che gli obesi hanno una riduzione della materia grigia nelle aree del piacere. In sintesi si può dire che la compulsione al consumo di cibo può essere legata al tentativo di arrivare ad una soddisfazione psicologica che non si riesce a placare a causa del malfunzionamento dell’area cerebrale del piacere. Quindi, il problema dell’obesità non nascerebbe da un bisogno di saziarsi di cibo, ma più dal bisogno di saziarsi del piacere primario che il cibo sembra fornire soltanto a livello neurochimico.

Perché si diventa obesi? Cosa è emerso dall’applicazione del casco

L’obesità vede la sua origine in un alterato comportamento alimentare che ha a sua volta due origini: uno sociologico e l’altro psicologico. Parlando del livello psicologico, il principale substrato su cui noi poggiamo l’eccessiva funzione del mangiare è la depressione. Mentre dal punto di vista sociologico, sono le problematiche economiche a farci mangiare di più. Quindi: depressione + problemi economici = obesità.
Eppure, a detta dell’Università di Liverpool, è possibile trovare degli obesi anche nelle classi più agiate. In questo caso è la noia che porta a tali persone a mangiare sempre di più.

Quando si inizia a diventare obesi?

I primi sintomi di comportamenti patologici legati al cibo si verificano a 7 anni, quando il bambino esce dal nucleo famigliare e si confronta con l’esterno. Si aggiungono, quindi, dall’esterno, i primi contrasti, problemi e delusioni ad una situazione famigliare la quale non capisce il disagio del piccolo o della piccola. Cosa che andrà ad essere sempre più forte quando si cresce e quindi ci troveremo dei ragazzi che si rifuggono nel cibo.

La depressione e l’obesità hanno anche una valenza neurobiologica. Ci sono numerose proteine che rientrano nei meccanismi patologici legati all’obesità, come FKBP51, la quale migliora lo status clinico degli obesi ma anche quelli dei pazienti depressi.

Qual è il trattamento giusto per combattere l’obesità

L’obesità è un problema di natura cronica. Ci sono tanti trattamenti per combatterla, ma ce n’è uno che è poco conosciuto e pubblicizzato, anche se è il più efficace: la psicoterapia. In particolare segnaliamo l’approccio cognitivo-comportamentale che è quello che ha prodotto maggiori risultati in questo ambito.

Katia Russo

Sono Katia, ho 21 anni e sono una studentessa di Lettere Moderne. Fin da piccola la scrittura e la lettura mi hanno sempre affascinato, e crescendo, ho iniziato ad interessarmi di cinema e di arte. Sono una grande curiosona e mi piace trasmettere qualsiasi informazione utile.