Shoah: non serve ricordare solo il 27 gennaio

Il 27 gennaio scorso è stata la giornata della Shoah. Ma la Shoah non deve essere ricordata solo in quella data, la Shoah deve essere ricordata sempre.

Lunedì scorso è stata la giornata dedicata alla Shoah, il quale coincide con il 27 gennaio di ogni anno, giorno in cui nel lontano 1945 il campo di concentramento di Auschwitz venne liberato dall’Armata Rossa. Sì, questo articolo potrebbe essere in ritado, ma anche in anticipo: la Shoah non deve essere solo ricordata ogni 27 gennaio, ma ogni giorno perché altre vite, omosessuali, politici, zingari, neri ed ebrei, hanno vissuto tutti i giorni di tutti i mesi dell’anno in quei luoghi dal 1933 al 1945. Alcuni sono morti, altri sono sopravvissuti, ma nessuno aveva più una dignità umana, non aveva nome ma un numero, non ricevevano sempre cibo ma botte e spari ogni giorno, non potevano scaldarsi in inverno e rinfrescarsi in estate, ma stare nudi nella neve ed esposti troppo al sole si. Insomma, questa data, questo giorno di memoria deve essere sempre stampato e impresso nella memoria delle persone costantemente durante l’anno, e ogni giorno dobbiamo provare a immaginare com’erano stati quegli anni infernali e sentirci solo fortunati.

Shoah: nella memoria di ogni giorno bisogna ricordare

Quando si arriva a questo argomento storico in qualsiasi scuola e classe la domanda è sempre la stessa: perché gli ebrei furono perseguitati e non un’altra popolazione?

Certo, furono internati anche gli omosessuali,vari esponenti politici contrari al nazi-fascismo, gli zingari, i neri, i disabili e altri ancora. Questi dovevano essere eliminati perché diversi, inferiori alla perfezione della razza ariana. Ma gli ebrei?

Sicuramente quest’ultimi non erano di razza ariana, ma non era la prima volta che venivano perseguitati.

Iniziamo dall’alba dei tempi, quando furono oggetto di percuzione nell’impero romano, e soprattutto con l’avvento del Cristianesimo perché considerati colpevoli di aver condannarono a morte Gesù.

Nel medioevo, poi, gli ebrei venivano considerati l’origine della diffusione della peste, e nel 1215 Papa Innocente III cercò in tutti i modi di rendere la loro vita impossibile.

E arrivamo al Quattrocento quando Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia fecero piazza pulita di ebrei e musulmani presenti in Spagna costringendoli ad andare via oppure condannandoli a morte.

Insomma, gli ebrei sono sempre stati il capro espiatorio di qualcuno e nessuno si riesce a spiegare il perché.

Anche Sigmund Freud e Hermann Hesse hanno elaborato delle tesi su tale argomento, ma per quanto si voglia studiare e fare ricerche la domanda è sempre la stessa: perché?

A chiederselo furono Andra e Tatiana Bucci, oggi due anziane signore, che all’età di 4 e 6 anni nel 1944 furono deportate assieme al cugino Sergio De Simone, anche lui un bambino di nemmeno 10 anni.

Le due sorelline, a differenza del cuginetto, riuscirono a salvarsi e a scampare la morte in molte occasioni grazie ad un aiuto esterno, mentre il piccolo morirà a causa di un esperimento di cui divenne la cavia, cosa consueta che capitava ai bambini internati.

Tra di essi, in un altri campi di concentramento, c’era anche Liliana Segre, oggi purtroppo costretta a vivere sotto scorta a causa di tante minacce e insulti antisemiti, come se quello che avesse vissuto non fosse bastato.

Lei è più grande delle sorelle Bucci, viene internata a 13 anni, divisa da suo padre che morirà nel campo e costretta ai lavori forzati; sarà l’unica sopravvissuta della sua famiglia.

Per fortuna esistevano ai tempi delle persone che si attivavano per poter salvare più ebrei possibili da questa furia insensata voluta da Adolf Hitler.

Un esempio fu Carlo Angela, nonno di Alberto e padre di Piero.

Carlo Angela  riuscì a salvare molti ebrei dalla furia nazista nella clinica dove lavorava come direttore sanitario, grazie ad infermieri e parte della sua famiglia, rischiando anche di essere fucilato.

Anche degli sportivi si attivarono nell’aiutare gli ebrei perseguitati e tra questi non possiamo non citare Gino Bartali.

Bartali sfruttava il suo successo come ciclista, cosa che lo rendeva insospettabile da parte dei fascisti e nazisti, e trasportava all’interno della sua bici da una parte all’altra, durante le ore di allenamento, i documenti falsi per poter aiutare gli ebrei ad andare via o ad avere una nuova identità.

C’è poi chi ha mentito per aiutare gli altri e costui è Giorgio Perlasca, un funzionario e commerciante che si finse console generale spagnolo così da poter salvare oltre 5.000 ebrei ungheresi dai nazisti.

Questi sono solo alcuni degli eroi che hanno messo a rischio la loro vita al fine di salvare gli ebrei, uomini che non condividevano tale religione, ma provavano rispetto per la vita umana e non si fecero influenzare dalleassurde idee dell’epoca.

Siamo nel 2020, di tempo ne è passato da quegli anni infernali, ma il clima di antisemitismo è ancora troppo elevato per i tempi moderni in cui viviamo.

Non sono pochi gli episodi di antisemitismo e la cosa più abberrante è che il 15,6% degli italiani rinnega la Shoah, un periodo nero e di vergogna della nostra storia che è testimoniato e studiato nelle scuole.

A proposito di scuola, una docente di scuola media di Firenze ha di recente usato parole poco carine nei confronti di Liliana Segre, minacciando anche i suoi alunni di soli 12 anni.

Ma questi hanno usato la loro intelligenza e, raccontando tutto ai loro genitori, hanno denunciato l’insegnante, la quale non è nemmeno degna di essere chiamata tale.

E questo fa capire come l’ignoranza e l’ottusità non coincidano con non l’aver concluso gli studi.

Primo Levi, anch’egli internato in un campo di concentramento, il quale decise poi di farla finita perché il ricordo di quegli anni era un carico troppo pesante per lui, una volta disse: “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

Non si può rinnegare un inferno così violento e realmente esistito. La matricola sull’avambraccio di Liliana Segre parla chiaro, è una testimonianza, e quella donna ricorda quel periodo ogni giorno.

Tali persone, tali sopravvissuti dovrebbero essere tutelati da noi cittadini, e considerati come una una candela che non deve essere mai spenta, ma sempre accesa.

Non ci facciamo influenzara da chi prodiga l’odio e violenza, rifacciamoci alla storia, teniamo fede alle testimonianze e documenti, teniamoli sempre impressi nella nostra mente.

E non denigriamo chi ama una persona del suo stesso sesso, chi professa un’altra religione, chi ha il colore della pelle diversa dalla nostra, chi purtroppo non può più camminare: l’odio costa fatica e impieghiamola per fare del bene.

Anche perché, fondamentalmente, a noi cosa può fregare di quello che fanno gli altri? Non c’è chi è migliore di un altro.

Perché se ieri sono stati gli ebrei la vittima principale della Shoah, non è detto che non possano essere gli altri e, perché no, noi che viviamo tranquilli nelle nostre case.

 

 

 

 


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Katia Russo

Sono Katia, ho 21 anni e sono una studentessa di Lettere Moderne. Fin da piccola la scrittura e la lettura mi hanno sempre affascinato, e crescendo, ho iniziato ad interessarmi di cinema e di arte. Sono una grande curiosona e mi piace trasmettere qualsiasi informazione utile.