TFS statali: percepire quelle che spetta di diritto

Un tasto dolente del pubblico impiego è rappresentato dall’erogazione del TFS spettante: tempi di attesa lunghissimi.

Il TFS dei dipendenti del pubblico impiego viene liquidato in tempi molto lunghi che variano in base alla motivazione che ha portato alla cessazione del rapporto di lavoro ed in particolare è richiesta un’attesa di 12 mesi per coloro che hanno cessato il lavoro per raggiunti limiti di età e per accedere alla pensione di vecchiaia, e di 24 mesi per chi ha presentato dimissioni volontarie per accedere al pensionamento anticipato.

Liquidazione TFS

Queste attese, già di per se lunghissime, non bastano. Decorso questo periodo di tempo l’Inps impiega 90 giorni per la liquidazione della pratica: altri 3 mesi che si aggiungono all’anno o ai 2 anni di attesa.

In alcuni casi, poi, l’attesa per la liquidazione della prima rata del TFS raggiunge anche l’assurda attesa di 6 anni: è il caso di coloro che hanno aderito, per accedere alla pensione, alla quota 100:  i centisti, infatti, devono innanzitutto attendere di raggiungere i 67 anni (età che li avrebbe in ogni caso portati alla pensione di vecchiaia) e solo in quel momento veder iniziare a decorrere i 15 mesi (1 anno più 90 giorni dell’INPS) per la liquidazione del TFS.

Per sopperire a queste attese assude era stato inserito nel decreto 4/2019 l’anticipo del TFR grazie ad accordi tra ABI, MEF ed INPS che avrebbe permesso di vedersi erogare almeno 45mila euro del TFS spettante sotto forma di anticipo concesso con prestito agevolato dalle banche (da tenere presente che in questo caso i pensionati si sarebbero accollati gli interessi del prestito…).

Ma l’anticipo non è ancora partito, a distanza di 8 mesi dall’entrata in vigore di quota 100 e i pensionati ancora attendono.

Un nostro lettore ci scrive:

Buona domenica. Si avvicina la fine dell’anno e ancora una volta voglio fare una puntualizzazione sul il Tfr che gli ex statali come me vorrebbero percepire.
Ho lasciato il lavoro aderendo all’opzione Ape Sociale, con il requisito della invalidità civile superiore al 74%.
Dal 1 ottobre 2019 sono in quiescenza e ho rinunciato a parecchi diritti per poter stare a casa e curarmi. Una tra tutte la tredicesima che non percepiro’ fino al dicembre 2023(cosa peraltro discutibile visto che anche a chi percepisce un assegno di invalidità viene corrisposta).
Mi domando se con il nuovo anno si sbloccherà la situazione di questi soldi che ciascuno di noi ha accantonato durante la propria vita lavorativa. Io mi auguro di vivere abbastanza per godere dei sacrifici fatti, ma proprio per le patologie per le quali mi è stata riconosciuta l’invalidità dovrei curarmi con mezzi più efficaci di quelli che la Sanità pubblica fornisce, considerando che vivo in Calabria dove le risorse sono al lumicino.
Vogliono corrispondere quello che è mio? Devo dubitare che vedrò in tempi brevi questi euro? E se mi capita qualcosa, saranno gli altri a goderne? Mi sembra tutto un incubo. Scusate lo sfogo e auguri a tutti noi


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Patrizia Del Pidio

Giornalista pubblicista, oltre ad essere proprietaria e autrice presso Notizieora.it, collaboro da anni con la testata Orizzontescuola.it. Scrivere è da sempre la mia passione e farlo come professione è stata la realizzazione di un sogno. Esperta di fiscalità e pensioni mi piace rispondere ai quesiti che i miei lettori quotidianamente mi inviano per fare in modo che, nel mio piccolo, la burocrazia possa essere più facile e alla portata di tutti.