Torturato nel carcere del Nicaragua, Andrea ricuce la sua vita a Rebibbia

Andrea arrestato in Nicaragua e torturato in carcere, ora cerca il suo riscatto a Rebibbia.

La storia di Andrea è una storia di tortura e riscatto, un riscatto che stranamente gli viene offerto nel carcere romano di Rebibbia, il più grande d’Italia. Andrea, stranamente sembra contento di essere qui, ma una volta ascoltata la sua storia non sembra poi così strano.

A Rebibbia un corridoio costeggia il giardiono dove i detenuti possono incontrare le famiglia e vi sono i piani dedicati ai laboratori dove i reclusi possono partecipare ad attività e imparare un mestiere.

Andrea cuce, impara l’arte del sarto e dopo un mese e mezzo di lavoro da alla luce la sua prima giacca su misura. E’ soddisfatto del suo primo lavoro e lo rimira con orgoglio questo ragazzone che rimane seduto perchè fa fatica a camminare es ha voglia di parlare e raccontare la sua storia. E dice di ringraziare Dio di trovarsi lì e quando racconta la sua storia da incubo si capisce il perchè.

La storia di Andrea

“Sono stato arrestato all’estero io, in Nicaragua. Ero ricercato dall’Interpol e manco lo sapevo. Vivevo in Sudamerica con la mia compagna e mio figlio che adesso c’ha 10 anni. Una mattina tornavo dal lavoro, perché lì facevo la guida turistica, e vedo un sacco di polizia intorno al mio caseggiato. Penso: ‘Chissà chi sono venuti ad arrestare’. E invece quello che cercavano ero io. Ero stato condannato in contumacia in Italia per traffico internazionale di stupefacenti e non sapevo niente”.

Andrea viene arrestato e per lui inizia l’inferno all’interno del penitenziario El  Chipote “Una di quelle prigioni che quando le nomini da quelle parti la gente trema, persino i messicani che pure a carceri non stanno messi bene. El Chipote è famosa per essere peggio, molto peggio di Guantanamo, perché lì non ci sono gli americani a gestirla. Dovevo restarci al massimo 90 giorni prima di essere rimpatriato, invece in quel buco nero ci sono rimasto per 510 giorni e notti. E non le distinguevo più le notti dai giorni perché non uscivo mai. Stavo buttato lì in una cella con 2 centimetri d’acqua, nudo, sul pavimento, senza un letto, al buio”.

Anche se durante il suo racconto Andrea cerca di rimanere distaccato, i suoi occhi, che prima era sorridenti si fanno distanti e opachi nel ricordo dell’orrore vissuto “Sono stato torturato, ripetutamente. Con i fili elettrici, mi mettevano un sacco nero sulla testa e poi mi picchiavano con gli elenchi del telefono. Botte su botte. Ho avuto un infarto. Ai miei familiari che chiedevano di me per molto tempo hanno detto che non ero lì, ‘non c’è nessun italiano’ gli dicevano. Poi finalmente, forse dopo tre o quattro mesi, non lo so di sicuro perché il tempo non passava mai e io avevo perso la cognizione del tempo, sono riuscito a parlare con qualcuno: l’avvocato, mia madre. Quelli dell’ambasciata italiana sono venuti solo 2 volte, invece per i miei compagni stranieri, peruviani, salvadoreñi, boliviani l’ambasciata veniva tutti i mesi puntuale a vedere come stavano”.

Andrea ce l’ha con l’Italia perchè è l’Italia ad averlo accusa e ad averlo abbandonato in un carcere straniero “Poi quando finalmente sono arrivato qua, atterrato a Fiumicino ho baciato la terra come fa il Papa. E pure quando sono arrivato a Rebibbia m’è sembrato di essere arrivato in un hotel a 5 stelle. Però, dopo un po’ ti accorgi che pure qua ci stanno i problemi. Niente a che vedere con quell’orrore e io mi sento un privilegiato, mi hanno selezionato per questo corso, faccio sport. Ma non per tutti è così, ci sono persone che hanno bisogno, che davvero stanno in difficoltà pure qua e andrebbero aiutate”.

Ora Andrea è fiducioso, spera che la sua permanenza a Rebibbia serva a ricucire oltre che alla stoffa che ha sotto le mani, serva anche alla sua vita tramite la sartoria. Il maestro è soddisfratto di lui “Hanno voglia di riscatto e cerchiamo di prepararli a un lavoro, di tenerli in un percorso che continui anche quando saranno fuori dal carcere – spiega il presidente dell’Accademia Ilario Piscioneri – Ad attenderli ci sarà il laboratorio sartoriale ‘Made in Rebibbia’ che verrà gestito interamente da loro, dai detenuti che in questi tre anni verranno formati in questo corso”.


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Redazione

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