A Castel Sant’ Elmo… in cima alla città

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10/03/2019

Napoli nel suo splendore, a Castel Sant’ Elmo… in cima alla città tutta da scoprire.

A Castel Sant’ Elmo… in cima alla città

È la prima domenica di marzo ed io e le mie due figlie, approfittando dell’apertura gratuita dei musei,  decidiamo di goderci la città, accompagnati da questo sole caldo che preannuncia l’arrivo della primavera. Quest’oggi, però, abbiamo delle pretese particolari. Vogliamo  prenderci tutta la città. Vogliamo prenderci tutta Napoli, in un colpo solo.  E per far questo decidiamo di godercela dall’alto, a volo d’aquila. Stabiliamo, allora, di recarci a Castel Sant’Elmo, sulla collina di San Martino, e da lì , dal punto più alto siamo certi di appagare questa nostra smania di possesso. 

Castel-SantElmo-e-la-Certosa-di-San-Martino

Giungiamo, con la Metro 1, a Piazza Vanvitelli e, attraversata via Scarlatti, ci infiliamo nelle viuzze che ci conducono ai piedi dei possenti bastioni del Castello. Questa antica rocca, visibile da ogni punto della città che fin da ragazzino mi ha sempre infuso sicurezza quando mi aggiravo per Napoli e con la coda dell’occhio cercavo sempre di non perderla mai di vista, lassù, possente e onnipresente.

Il Castello si erge dove, un tempo, vi era un’antica torre d’avvistamento normanna, denominata Belforte. Prima Carlo e poi Roberto d’ Angiò ne derivarono il primo castello, che prenderà il nome da una cappella del X secolo dedicata a sant’Erasmo. Il Maniero assumerà la conformazione attuale, stellata a sei punte, solo con don Petro da Toledo, durante il viceregno spagnolo.


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Ingresso-al-Castello
Sono tanti i napoletani ed i turisti che hanno avuto la nostra stessa idea, stamani.  Con questo folto gruppo di visitatori accediamo ai corridoi di ingresso del castello, attraversando il portale sormontato dall’aquila bicipite asburgica posta lì in occasione della prima visita di Carlo V.

Veniamo come inghiottiti dal tufo giallo delle mure. Mura che, nella parte bassa, sono direttamente scolpite nella roccia calcarea. E dalle feritoie, presenti in ogni angolo, penetrano la luce, che infiamma le pareti, e i refoli d’aria fresca, che ci rinfrancano nella salita.

Giungiamo nella piazza d’armi del castello e mi tremano i polsi nel ricordare che in quello spiazzo, nel dicembre del 1587, in una notte tempestosa, cadde un fulmine che fece esplodere la polveriera qui custodita. L’esposizione fu spaventosa, uccidendo centinai di soldati a presidio del sito e proiettando schegge di fuoco su tutta la città.

In una notte gelida, d’improvviso, una pioggia di fuoco illuminò tutta Napoli. Saliamo sul camminamento di ronda e da lì ci godiamo finalmente una vista a 360 gradi sulla città. La vediamo tutta, da Posillipo, alla collina dei Camaldoli, sino a Capodimonte e al Centro Storico. Di quest’ ultimo ne distinguiamo nettamente Spaccanapoli, il decumano inferiore, l’antichissima platea greca.

La strada del sole, che ripercorrendone il tragitto da est ad ovest, divide  il Centro Storico di netto e che con gli altri due decumani, solo in parte ancora riconoscibili, ed i cardi ad incrociali perpendicolarmente, ricrea quella intelaiatura ippodamea propria di tutte le antiche città greche.

Spaccanapoli-da-Castel-SantElmo

Scorgiamo, elegante, la Basilica di Santa Chiara, con il suo enorme Chiostro della Clarisse. Intravediamo, in lontananza, parte della facciata neogotica del Duomo e, nel nostro passeggiare lento sulle torri, stringiamo lo sguardo verso il porto per ammirare il Maschio Angioino e Piazza del Plebiscito. E poi la collina di Pizzofalcone, dove in fondo, solo un occhio esperto, può riconoscere le forme dall’alto di Castel dell’Ovo.


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Mentre mi godo tutto questo  splendore penso come da  giovinetto, questa vista mozzafiato, mi caricasse di un’energia incontenibile e mi mettesse su’ una smania di correre. Correre per tutta la città, per cogliere il dettaglio di ogni singolo monumento, chiesa, vicolo che ammiravo da lì, dall’alto. Ed invece adesso, quella stessa visione, mi riempie d’un tutto che mi da serenità e mi riempie di una gioia profonda.

Riaffiorano, allora,  nella mia mente,  le letture junghiane di un tempo. Testi ove apprendevo che, varcata la soglia dei quarant’anni, si disvelava una capacità di vivere più pienamente la propria esistenza. Una capacità di viverla con una consapevolezza più autentica.  E adesso mi rendo conto di quanto siano vere queste asserzioni e mi rendo conto di come, questa visione d’orizzonte, mi metta in contatto con il tutto, facendomi sentire una particella infinitesimale, connessa con l’intera creazione che mi circonda.

Coccolato dalla musica di queste voci che mi attorniano, voci in dialetto e in lingue straniere che mi turbinano  negli orecchi, scruto  il mare. Questa immensa distesa d’acqua che, placida, si dipana nel  Golfo di Napoli. Golfo che sembra invitare ogni imbarcazione ad un approdo sicuro e accogliente, tra le sue braccia che si estendono da Punta Campanella a Capo Miseno. Intravedo, sullo sfondo,  le isole, dalla più elegante Capri, con la sua  testa di donna sdraiata sulle acque, all’isola di Procida, che quasi si nasconde dietro Capo Miseno, sopraffatta dallo svettante Monte Epomeo della retrostante isola d’Ischia.

Vista-sul-porto

Mi soffermo  a guardare, sulla mia sinistra, il Vesuvio che si staglia innanzi, quasi volesse pareggiare i conti con il colle di Sant’Elmo. Il Vesuvio, austero,  che sembra volermi ricordare come le nostre esistenze non siano  linee rette, totalmente programmabili e  controllabili. Anzi, le sorprese e gli imprevisti sono sempre in agguato.

Come quel vulcano sornione, che sembra dormire un sonno oramai eterno e che invece potrebbe ridestarsi, distruttivo, improvvisamente. Ma, alla fine, pensandoci bene, sono proprio le irregolarità che gli imprevisti incidono nelle nostre vite che le rendono, poi, veramente degne d’essere vissute.

Esistenze che, solo quando si capirà di non poterle pienamente dominare, ci mostreranno che la felicità vera discende non dal totale controllo sulle cose ma da come si è capaci di accoglierle nel loro inevitabile accadere.

Con tali considerazioni mi sento stranamente libero e leggero. Mi sembra quasi che le lancette taglienti  dell’Orologio del Tempo Interiore, opera della napoletana Rosy Rox che domina piazza d’armi dalla cima della torre del castellano, abbiano reciso ogni filo che mi tiene legato alle mie responsabilità di padre, marito, lavoratore, amico, per lasciarmi lieve e autonomo d’essere solo ciò che sono, lì, in quel istante.

Orologio-del-Tempo-Interiore-di-Rosy-Rox

Assaporo l’estasi di quel momento, nella sua casualità, come casuale e caotico è il movimento incontrollato e imprevedibile di quelle lancette/lame che girano alla rinfusa. Liberi e leggeri, io e le mie ragazze, riprendiamo, con ali spiegate, le rampe d’uscita, per ritrovarci al piazzale del Belvedere di San Martino e da lì, decidiamo di planare sul centro storico, attraversando la via della Pedamentina, che verticalmente attraversa la città.

E nel cuore di Napoli, dopo aver nutrito la nostra anima, diamo sollievo alla nostra carne, deliziandoci il palato con queste gustose pizze che solo in questo luogo hanno un sapore inconfondibile, che lascia segni profondi nella memoria delle tue papille  gustative e che in nessuna altra parte del mondo mai ritroverai.