Da Monte San Costanzo alla grotta di Partenope

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24/03/2019

Viaggio tra le meraviglie: da Monte San Costanzo alla Grotta di Partenope…

Da Monte San Costanzo alla grotta di Partenope

La primavera è alle porte e con un gruppo di amici fidati decidiamo di darci alla scoperta della terra delle narrazioni omeriche, dei viaggi per mare di Ulisse, della terra delle sirene. Decidiamo di ritrovarci nella piazzetta di Termini, frazione di Massa Lubrense. Da lì pregustiamo il panorama di Capri, la cui visione non è quella solita dal lungomare di Napoli. Noi, abituati a vedere Capri col suo volto di donna, sdraiata supina e placida sulle acque del Golfo, da Termini la ammiriamo da Sud, quasi a sbirciarle da sotto la gonna, e l’idea di curiosare sotto la sottana di una bella donna di gran fascino, quasi ci imbarazza.

Monte San Costanzo

Imbocchiamo via Campanella per dirigerci verso Monte San Costanzo. Risaliamo centinaia di gradini scoscesi per ritrovarci in cima alla collina, dinanzi alla cappella dedicata al Santo. Da lì ci sembra di essere in cima al mondo. La visuale a 360 gradi è di quelle che ti smorza veramente il fiato. Dal Golfo di Napoli fino a quello di Salerno, la visione è perfetta, per tutto il giro d’orizzonte.

Monte San Costanzo

Baia di Ieranto

Il Vesuvio, le isole dell’arcipelago, Capri proprio dinnanzi, Punta Campanella, Baia di Ieranto e gli isolotti di lì Galli, tutto si vede nitidamente da lassù. Sale in me forte l’orgoglio di essere un abitante di questo luogo d’incanto, rispetto ai tanti stranieri  che si godono il paesaggio come un’occasione da vivere in pieno perché forse non più ripetibile. Dalla pineta, alle nostre spalle, prendiamo il sentiero che ci porta all’estremità di Punta Campanella. Attraversiamo la zona di Pezzalonga e, lungo il  percorso, ammiriamo, alla nostra sinistra, la Baia di Ieranto.


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Baia-di-Jerano

Da questa prospettiva comprendiamo in pieno l’origine etimologica del luogo. I suoi tre colli: Punta Penna, Montalto e colle della Mortella, ci appaiono di profilo come se fossero la testa di un rapace. Da questa conformazione morfologica, da rapace appunto, prima il nome di Jerace, divenuto poi di Jeranto. Da qui ci sembra di poter toccare Capri con un dito. È talmente vicina che riusciamo a vedere, nettamente, la luce che trapassa uno dei Faraglioni, attraverso l’arco naturale che lo trafigge a contatto col mare. Giungiamo all’estremità di Punta Campanella, nello spiazzo del Promontorio Ateneo, cosi chiamato dai greci perché sede dell’antichissimo Tempio di Atena-Minerva.

Oggi permane solo qualche raro resto del tempio, che si confonde con i segni di ben altre costruzioni succedutesi in questo spuntone di roccia. Ville patrizie, strutture difensive, basi per l’appostamento di cannoni. Ma a primeggiare, permane la torre angioina,  poi rinforzata dagli aragonesi, sulla quale si ergeva una campana i cui rintocchi si udivano per l’intera baia, alla vista delle navi saracene. Forse proprio da tale campana prende il nome questa altura. Punta Campanella, per l’appunto.

Grotta della Sirena Partenope

 

Tra le rocce intravediamo un varco. Incuriositi ci avventuriamo per quella fessura e lì, con l’ausilio di alcune funi, ci caliamo fino al mare. Lo spettacolo che ci troviamo innanzi è davvero strabiliante. Una grotta scavata nella roccia dalle colorature verdastre di muschio, rosse di alghe e blu cobalto, dei riflessi del mare. Una lingua di sabbia riempie l’anfratto come un giaciglio e dinanzi vedo la roccia traforata, da dove il mare e la luce penetrano con circospezione. La grotta appare come un antro riservato, con una piscina naturale scavata nella pietra, proprio lì, dinanzi ai miei piedi, dove l’acqua, di una trasparenza unica, è particolarmente tiepida da invitare ad un bagno risanatore. Siamo nella grotta della Sirena Partenope dove la meraviglia lascia il posto all’emozione.


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Grotta-della-Sirena-Partenope

Un’emozione fortissima, che scaturisce dalla consapevolezza di essere nel mito, di viverlo in prima persona, lì, in quel preciso istante. Qui, questa creatura, per metà donna e metà pesce, insieme alle sue sorelle Leucosia e Ligea, si appartava dopo aver adescato, con la sua voce soave, un nuovo navigante e ne aveva poi divorato il corpo.

Quando Partenope era lontana dalla sua isola Li Galli, trovava qui rifugio e riparo dalle onde del mare e dal sole rovente. Questo anfratto le fu caro fino a quell’ultimo canto, urlato a squarciagola, ma che non trovò ascolto dalle orecchie dell’astuto Ulisse, fattosi legare dai suoi uomini all’albero maestro della nave.

Tale fu la disperazione per il patito affronto che le tre sirene si abbandoneranno ai flutti del mare e i loro corpi andarono dispersi nel Mediterraneo. Il corpo di Ligea, la suonatrice della lira, la più piccola delle tre, fu sospinto fino in Calabria, nei pressi di Terina, antica città greca, oggi corrispondente al territorio di Lamezia Terme.

La suonatrice del flauto, Leucosia, approdò sulle coste del Cilento, dinanzi Castellabate, e lì diede il nome all’Isola di Licosia e al promontorio sulla terra ferma, Punta Licosa. La più bella, quella che sembrava una vergine e che solo cantava, un canto tra i più melodiosi, Partenope, fu ritrovata sull’isolotto di Megaride, lì dove oggi si ammira il Castel dell’Ovo e sulle sue spoglie sarà eretta Napoli. E non è un caso che proprio la città che nascerà per custodire l’Uovo magico della sirena, l’uovo riposto dal Vate, Virgilio, nelle segrete del castello e dalla cui integrità ne dipenderà la sopravvivenza e prosperità, sarà la città ove la musica primeggerà.

Degna erede della sirena che cantava meglio di tutte, Napoli,  con la sua “sesta napoletana”, farà da fondamenta alla musica occidentale e da essa prenderanno vita il jazz ed il blues. La “sesta napoletana“, l’accordo aureo che sarà utilizzato anche da i più noti autori contemporanei, da Bruce Springsteen ai Beatles,  a John Lennon ed altri.

Le sirene: creature belle e fatali

Mentre risalgo l’impervia frattura tra le rocce che danno accesso alla grotta, scorgo le incisioni in lingua Osca impresse nella pietra, risalenti al II secolo a.C.. Ma il mio pensiero è assorto nell’immagine di queste creature, le sirene, tanto belle quanto fatali. E la cosa che più cattura la mia curiosità è come esse siano state diversamente rappresentate nel corso della storia. Da creature volatili, nella cultura greco-romana,  dotate di ali e artigli.

Creature aeree, inafferrabili, di cui aver timore, ma anche reverenza, perché poste in alto, vicine alle divinità. A creature degli abissi, mezzo umane e per metà pesci. Bellissime e ammalianti, dalla vita in su, e per il resto viscide, assolutamente peccaminose e collocate in basso, in fondo ai mari, molto vicine al demonio. E mi vien da pensare che, prescindendo dalle diverse inclinazioni culturali, le molteplici sfaccettature della psiche femminile siano effettivamente il tratto saliente del fascino muliebre, e motivo della loro attrattività per noi maschi, relegati nella nostra unifasicità e maggior semplicità.

Le sirene