Pensioni di garanzia allo studio per giovani e precari

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29/11/2021

Pensioni di garanzia allo studio per giovani e precari

Pensioni di garanzia all’interno della nuova riforma previdenziale. È quanto tornano a chiedere i sindacati. Si tratta infatti dell’altro gap nella mancanza di tutele nel nostro sistema pensionistico, insieme alla rigidità generalizzata che deve affrontare chi si avvicina all’agognata quiescenza. Nello schema d’interventi inseriti all’interno della prossima manovra è previsto infatti l’avvio della quota 102 per sostituire la quota 100.

Vi è poi la proroga dell’Ape sociale e di opzione donna per un ulteriore anno. Mentre a partire dal 2023 dovrebbe concretizzarsi un’opzione di flessibilità previdenziale generalizzata dai 62 o 63 anni di età, sebbene basata sul ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Anche per questo diventa indispensabile prevedere delle tutele per coloro che rischiano di andare in pensione con un emolumento troppo basso.

Pensioni di garanzia per giovani e precari: il piano dei sindacati

La proposta d’istituire una pensione di garanzia per coloro che si vedono calcolare il proprio assegno tramite il sistema contributivo puro non è nuova. Risale ormai a un decennio fa l’ipotesi del prof. Michele Raitano (dell’Università Sapienza di Roma) sulla possibilità di avviare delle tutele specifiche in tal senso. L’idea consiste nel garantire un aiuto alle fasce dei contribuenti più deboli.


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Tra questi rientrano giovani e precari, ovvero persone che hanno subito una carriera discontinua e che rischiano di andare in pensione con assegni davvero bassi. Tanto bassi da richiedere l’assistenza da parte del welfare pubblico. L’idea è quindi di proporre un adeguamento alla minima simile a quello che già in essere per le pensioni retributive – miste.

Pensioni per giovani e precari: serve una garanzia contro la povertà

Entrando nel particolare, la pensione di garanzia potrebbe garantire un fisso di circa 1000 euro lorde al mese a partire dai 65 anni di età, oppure con almeno 40 anni di lavoro. Non si tratta quindi di un provvedimento votato a facilitare il pensionamento anticipato, quanto a offrire delle tutele contro la povertà durante la vecchiaia. L’opzione sarebbe inoltre destinata solo in favore di coloro che hanno avuto una carriera interamente precaria.

Chi ha potuto beneficiare, durante la propria carriera, di un lungo periodo di lavoro stabile risulterebbe quindi escluso dal perimetro della garanzia. In questo modo, i costi potrebbero essere limitati e quindi sostenibili per il sistema previdenziale pubblico. Ed allo stesso tempo si riuscirebbe a disinnescare quella che appare come una vera e propria bomba sociale nel medio e lungo termine.

Le pensioni di giovani e precari: un problema da affrontare prima che sia troppo tardi

D’altra parte, le regole di accesso alla pensione confermate tramite la legge Fornero del 2011 sono chiare. Chi ha iniziato a versare dal 1° gennaio 1996 dovrà affrontare la vecchiaia con una pensione interamente contributiva. I riverberi sono evidenti già nelle difficoltà di maturazione dell’assegno. Per ottenere il pensionamento anticipato sarà necessario raggiungere almeno 64 anni di età e 20 anni di versamenti.


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Ma tutto ciò solo a patto di riuscire a ottenere contestualmente una pensione pari o superiore a 2,8 volte la minima. Si parla di circa 1300 euro al mese, una cifra difficilmente raggiungibile da chi ha avuto una carriera precaria o discontinua. L’alternativa è il raggiungimento dei 42 anni e 10 mesi di versamenti (un anno in meno per le donne). Mentre la pensione di vecchiaia potrà essere maturata a partire dai 67 anni (con un assegno pari ad almeno 1,5 volte la minima) o 71 anni (con 5 anni di versamenti e indipendentemente dal valore della futura pensione).

Come potrebbe funzionare la pensione di garanzia secondo l’ipotesi della Cgil

Quanto appena esposto basta a far comprendere che la pensione di garanzia non sarebbe una misura pensata in senso generalizzato per tutti i contribuenti. Si tratta di una tutela in grado di attivarsi solo laddove risulta davvero necessario. L’idea è di integrare le pensioni future dei precari e di coloro che hanno vissuto carriere lavorative problematiche agganciandole a una soglia minima. Si parla, ad esempio, del 60% di un reddito medio.

L’integrazione scatterebbe comunque al raggiungimento di specifici requisiti contributivi. L’ipotesi della Cgil prevede inoltre di valorizzare i buchi e i periodi di lavoro part time, così come i casi di formazione, maternità, i congedi per i lavori di cura e le interruzioni non coperte dalla Naspi tra un lavoro e un altro.

I sindacati evidenziano che si tratta di un provvedimento che potrebbe avere riverberi positivi già nell’immediato. Questo perché rappresenterebbe un disincentivo al lavoro nero in un Paese dove molti giovani considerano la possibilità di ottenere una pensione durante la vecchiaia come una vera e propria chimera.